SCENARI

Azionisti, la “Primavera” non soffia in Italia

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Fondi, piccoli e persino lo Stato hanno poca influenza sulle retribuzioni dei manager. Bologna difende la borsa dei dirigenti di Hera.

Il principio sembra scontato:  se un’azienda vuole pagare un alto bonus a un manager deve dimostrare, dati alla mano, che le performance del gruppo sul mercato sono in grado di giustificare un tale aumento. Soprattutto in tempi di crisi.
L’affermazione di questo principio sta provocando un terremoto con effetto domino ai piani alti di banche, assicurazioni e grandi multinazionali in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Il partito laburista inglese l’ha già ribattezzata “Primavera degli Azionisti”, alludendo alla Primavera Araba che ha sconvolto l’anno scorso il Medio Oriente. E a quanto pare, il vento della «primavera degli azionisti» comincia a soffiare anche in Italia. Anche se si tratta di un venticello ancora debole.
DAL CASO AVIVA A QUELLO DI BARCLAYS.  In Inghilterra, i piccoli share holders sono riusciti addirittura a far cadere la testa di Andrew Moss, amministratore delegato di Aviva, che ha dato le dimissioni meno di una settimana dopo il voto del 54 per cento dei soci della compagnia di assicurazioni britannica contro le compensazioni previste per i dirigenti. Ma il caso di Moss non è isolato: ci ha rimesso il posto anche David Brennan, numero uno di AstraZeneca, colosso farmaceutico che nel 2011 ha visto crollare il valore del proprio titolo del 10% mentre l’amministratore delegato di Trinity Mirror, Sly Bailey, ha ricevuto molte critiche per la pessima performance del titolo che ha lasciato sul campo oltre il 30% nel corso del 2011. Anche al vertice della banca svizzera Ubs e di quella britannica Barclays, sia investitori istituzionali che singoli soci hanno espresso insoddisfazione per i bonus e i salari dei loro dirigenti in un momento di crisi economica e di risultati deludenti. Mentre Premier Foods si è vista bocciare le politiche di remunerazione dal 30% dell’assemblea.
AZIONISTI A2A CONTRO I BONUS DEI DIRIGENTI. Un  po’ di aria di primavera comincia a soffiare anche a casa nostra come hanno dimostrato le recenti critiche contro l’A2A, la società utility italiana. I mega bonus incassati nel 2011 dai due direttori generali, Renato Ravanelli e Paolo Rossetti, nonostante una perdita dell’azienda di 420 milioni di euro, hanno indispettito non pochi azionisti. Tanto che il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha già annunciato “novità» sulla riduzione degli emolumenti agli organi di gestione, degli sprechi e delle consulenze inutili.
IL TESORO CHIEDE RIGORE E CONTENIMENTO AI MANAGER ENI. A pretendere più rigore è anche il ministero del Tesoro che in assemblea ha chiesto ai manager dell’Eni e un ”contenimento” delle retribuzioni dei vertici delle società. Il rappresentante del Dicastero di Via XX settembre, Stefano di Stefano, intervenendo all’assemblea degli azionisti. Il primo azionista, che aveva lanciato un monito analogo all’assemblea dell’Enel giorni fa, ha però espresso parere favorevole alla relazione sulla remunerazione per il 2012, che lascia invariati i criteri sui compensi.
L’INDIGNAZIONE È SOPRATTUTTO SINDACALE. Ma nella maggior parte dei casi, a protestare contro gli stipendi milionari sono soprattutto i sindacati. Il caso più recente ha visto protagonista Enrico Cucchiani, neo consigliere delegato di Intesa Sanpaolo. La Fabi, sindacato della categoria, ha criticato l’«aumento della retribuzione per Cucchiani, deciso senza curarsi del momento» di crisi.
Nelle settimane scorse, invece, era stato il cdr (comitato di redazione) del Sole 24 Ore a stigmatizzare l’aumento del pacchetto retributivo dell’amministratore delegato, Donatella Treu, nell’anno in cui il personale del gruppo è stato messo in “solidarietà”.
IL COMUNE DI BOLOGNA E GLI STIPENDI DEI MANAGER HERA. In molti casi, però le proteste trovano ancora forti resistenza: prendiamo l’esempio di Hera, società quotata a maggioranza pubblica che gestisce rifiuti, acqua, energia elettrica e gas a Bologna e in un po’ tutta l’Emilia. Il Comune di Bologna è riuscito a salvare per ben due volte gli stipendi dei manager. Il presidente Tomaso Tommasi di Vignano, nel 2011 si è portato a casa fra compenso fisso e bonus 475mila euro. Maurizio Chiarini, amministratore delegato, ha superato di 18mila il mezzo miliardo. Nel 2011 i 18 membri del consiglio di amministrazione Hera sono costati 2 milioni e 300mila euro. A decidere sui compensi dei membri del cda è l’assemblea di azionisti, controllata col 61% dai vari comuni dell’Emilia-Romagna.
UNA RETRIBUZIONE «GIUSTA E CONGRUA». Il presidente del patto di sindacato che controlla Hera (e nomina il cda), il sindaco di Imola Daniele Manca, aveva chiesto ai manager di ridursi lo stipendio. La risposta l’ha riferita il sindaco di Minerbio, Lorenzo Minganti: «Il presidente di Hera Tommasi ci ha risposto di non essere in debito con nessuno e che la sua retribuzione è assolutamente giusta e congrua». Al momento del voto molti sindaci del bolognese si sono astenuti, i fondi di investimento e altri singoli soci hanno votato contro. A salvare i due top manager ci ha pensato però il Comune di Bologna con la sua quota del 13,7%. Senza quel pacchetto di azioni le retribuzioni proposte per Tommasi e Chiarini sarebbero state bocciate col 51,7% dei voti. Il secondo salvataggio è poi arrivato in consiglio comunale, dove16 no della maggioranza a guida Pd hanno respinto l’ordine del giorno sulla richiesta di ridurre i compensi avanzata da un collega del Pdl non ammettendolo ai lavori e dirottandolo in commissione.
IN UN CASO SU DUE, ALMENO UNA RACCOMANDAZIONE CONTRARIA. «In media oltre il 50% delle società quotate facenti parte del Ftse Mib hanno ricevuto almeno una raccomandazione contraria da parte di un Proxy Advisor rispetto a tale delibera, delineando dunque una non completa rispondenza a quelli che sono gli standard e le best practices internazionali in materia», dice a Economiaweb.it Fabio Bianconi, head of corporate governance advisory di Georgeson, società di consulenza per emittenti e investitori istituzionali specializzata sui temi del governo societario. E aggiunge:  «In assemblea, nel caso di Impregilo, gli azionisti hanno addirittura respinto la relazione sulla remunerazione».
MANAGER ITALIANI, SECONDI SOLO AI COLLEGHI INGLESI. Forti mal di pancia sulla scia del j’accuse di Leonardo Del Vecchio,  si sono registrati anche durante l’ultima assemblea delle Generali guidate da Giovanni Perissinotto che nel 2011 ha guadagnato 2,3 milioni.
Intanto, gli stipendi dei top manager continuano a galoppare.
Lo conferma il network internazionale Ecgs (Expert corporate governance service): solo i capi azienda britannici battono gli italiani nella classifica dei più pagati. In media 6,08 milioni di euro contro 5,48. Piuttosto lontani tedeschi (3,83 milioni) e francesi (3,43 milioni), nonostante in Germania e in Francia abbondino i colossi di stazza internazionale che in Italia sono ben pochi.

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