RISPARMIO TRADITO

Banca Network, spunta lo spettro Lehman

La procura sta approfondendo i rapporti tra Sopaf e la banca d'affari americana.

Nell’intricata vicenda del fallimento di Banca Network Investimenti (Bni) spunta lo spettro di Lehman Brothers, la banca d’affari americana rimasta vittima della crisi finanziaria del 2008 scatenata dai mutui subprime.
La procura di Milano, che ha in esamen le carte relative alla banca commissariata nel novembre 2011, avrebbe trovato tracce di operazioni in titoli ad alto rischio, tra cui strumenti finanziari garantiti dall’istituto newyorchese.
LE RASSICURAZIONI DI SOPAF SULL’ESPOSIZIONE A LHEMAN. Quando il 15 settembre 2008, Lehman Brothers annunciò l’intenzione di avvalersi del Chapter 11, dichiarando 613 miliardi di dollari di debiti bancari, 155 miliardi di debiti obbligazionari, oltre ad attività per un valore di 639 miliardi, Sopaf, la holding che già allora controllava Banca Network (e che ancora oggi detiene una quota di maggioranza del 49,9%), si affrettò a tranquillizzare i propri investitori.
In un comunicato, datato 16 settembre 2008, la società disse: «Con riferimento ai recenti avvenimenti relativi a Lehman Brothers, Sopaf dichiara di non avere alcuna esposizione nei confronti della banca d’affari».
Ora, però, le indagini della procura milanese gettano pesanti ombre sulla circostanza.
SOTTO LA LENTE I RAPPORTI TRA SOPAF E BANCA NETWORK. Gli inquirenti hanno iniziato a indagare su Banca Network dopo che la Banca d’Italia, in un fascicolo dedicato, ha rilevato possibili «episodi di cattiva gestione» interni all’istituto.
La procura vuole vederci chiaro e, secondo l’ANSA, i magistrati stanno analizzando i rapporti che, nel 2008, c’erano fra Banca Network e Lehman Brothers.
Un legame che sta, innanzitutto, nei nomi. 
Basta leggere quelli di due persone che, tra il 2006 (anno di nascita di Bni) e il 2008 (data del fallimento di Lehman Brothers), sedevano nelle alte sfere dei rispettivi istituti. 
Da una parte Giorgio Magnoni, oggi come allora principale azionista di Sopaf con il 24,88%. Dall’altra il fratello Ruggero Magnoni, all’epoca presidente di Lehman Brothers per l’Italia e, attualmente, azionista (6,52%) sempre di Sopaf.

POSSIBILE APERTURA DI UN’INCHIESTA. Al momento, Giorgio, 71 anni, e Ruggero, 61, non sono indagati nè la procura ha aperto un’inchiesta formale sulla vicenda.
Del resto, siccome al momento non è stata ancora dichiarata l’insolvenza della banca, l’ipotesi che la procura apra un’inchiesta per bancarotta è prematura.
In ogni caso, anche Reuters sostiene che secondo gli inquirenti, tra gli investimenti più rischiosi effettuati dalla banca ci sono quelli in strumenti finanziari gestiti da Lehman Brothers. Anche se, a pesare sulla gestione dell’istituto, sarebbe stata l’assenza di una strategia da parte dei soci.

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