Fondi immobiliari, hedge fund, valute e persino merci o beni alternativi come l’oro, i gioielli e i diamanti. Tutti questi strumenti d’investimento, con cui i piccoli risparmiatori privati hanno ben poca dimestichezza, potrebbero presto finire nel portafoglio dei fondi pensione, cioè i prodotti finanziari che oggi hanno il compito, tutt’altro che facile, di costruire una rendita di scorta in vista della vecchiaia, per milioni di lavoratori italiani.
PORTAFOGLIO ALLARGATO. A stabilirlo è uno schema di regolamento da poco pubblicato dal Dipartimento del Tesoro, che si propone di dare piena attuazione alla riforma della previdenza complementare (cioè il decreto legislativo n. 252 del 2005) approvata poco meno di 7 anni fa. La legge prevede che i ministeri dell’Economia e del Lavoro, con un apposito regolamento, stabiliscano a chiare lettere dove i fondi pensione possono investire il proprio patrimonio. E così, i tecnici ministeriali hanno deciso di dare un’indicazione ben precisa: i prodotti previdenziali potranno mettere i loro soldi non soltanto nelle azioni o nelle obbligazioni, cioè in titoli negoziabili su mercati regolamentati, ma anche in strumenti alternativi come appunto i fondi chiusi, gli hedge fund o i beni-rifugio. A prima vista, il ragionamento che sta alla base di questa decisione non fa una piega: poiché i gestori dei fondi pensione hanno bisogno di diversificare il più possibile i propri investimenti, bisogna consentire loro di scommettere anche su beni o su prodotti che hanno un andamento slegato da quello dei mercati finanziari, ormai reduci da un decennio di sconfitte.
LE CRITICHE DEI RISPARMIATORI. Peccato, però, che il nuovo regolamento (che non è stato ancora approvato definitivamente ed è in fase di consultazione), abbia già raccolto parecchie critiche tra le associazioni che difendono i diritti dei risparmiatori. Prima fra tutte l’Aduc che ha presentato una proposta di modifica delle disposizioni ministeriali, per renderle molto più restrittive. «A nostro avviso», dice Alessandro Pedone, responsabile per i temi del risparmio dell’Aduc «i fondi pensione dovrebbero impiegare il proprio patrimonio esclusivamente in strumenti finanziari negoziabili sui mercati, che hanno un prezzo facilmente calcolabile, senza alcuna zona d’ombra». Soltanto così, secondo Pedone, i prodotti previdenziali possono rispettare determinati requisiti di trasparenza ed evitare di avventurarsi in investimenti opachi o, come nel caso degli hedge fund, ispirati da logiche speculative, poco adatte alla previdenza integrativa. «Non vogliamo criminalizzare gli hedge fund», dice Pedone, «ma pensiamo che la loro filosofia di gestione abbia poco a che fare con gli obiettivi tipici dei fondi pensionistici».
LE SCATOLE CINESI. A ben guardare, il nuovo regolamento ministeriale non lascia libertà assoluta ai gestori dei fondi pensione di fare quello che vogliono. Gli strumenti finanziari non quotati sul mercato, come appunto i fondi chiusi o gli hedge fund, non potranno infatti superare il 30% dell’intero portafoglio di un prodotto pensionistico. Inoltre, per alcuni beni come le merci, è previsto un tetto massimo ben più basso, attorno al 5% del patrimonio. Per l’Aduc, però, questi vincoli non sono sufficienti. Anche perché, nelle nuove norme del Dipartimento del Tesoro, c’è un altro aspetto molto discutibile che, secondo Pedone, andrebbe rimosso al più presto. Oltre ad acquistare prodotti finanziari non quotati, infatti, i fondi pensione potranno impiegare fino al 100% del proprio patrimonio in altri prodotti del risparmio gestito, cioè in fondi comuni d’investimento (che vengono assimilati agli strumenti finanziari negoziabili sul mercato come le azioni o i bond, pur essendo ben diversi).
IL RISCHIO CATENA DI SANT’ANTONIO. In altre parole, l’intero patrimonio di un fondo pensione potrà essere investito in fondo comune d’investimento che, a sua volta, potrà ancora mettere i soldi in un altro fondo comune. Si creerebbe così una specie di catena di Sant’Antonio, che rischia di moltiplicare i costi a carico dell’investitore. Ogni prodotto del risparmio gestito, infatti, è soggetto spesso a delle commissioni di gestione abbastanza onerose (cioè attorno al 2-3% del capitale). Di conseguenza, in questo sistema di “scatole cinesi” dove un gestore affida il proprio portafoglio a un altro gestore, tutte le voci di spesa potrebbero pesare non poco sui rendimenti finali del fondo pensione. A dire il vero, anche su questo punto, il regolamento ministeriale fissa dei paletti ben precisi: è stabilito infatti che l’eventuale investimento in un altro prodotto del risparmio gestito non deve mai far aumentare i costi complessivi di un fondo pensione. Detta così, la regola non ammette eccezioni. Ma spesso, si sa, il diavolo si annida nei dettagli: in passato, infatti, molti prodotti finanziari sono stati riempiti di balzelli e commissioni di vario tipo, nascosti sapientemente dalle case di gestione con qualche marchingegno ben architettato.
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