L'OPINIONE

I mercati bocciano il patto di stagnazione

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L'accanimento sulle questioni fiscali cura la febbre, non la malattia.

Salutato dal presidente della Bce Mario Draghi come “un risultato molto buono per l’Eurozona”, il vertice Ue dell’8 e 9 dicembre, che doveva salvare la moneta unica, sembra invece destinato a un drammatico fallimento.
GIÙ LE BORSE E SPREAD IN RISALITA. La risposta dei mercati è stata per ora una bocciatura senza appello. L’euro ha perso circa il 3% nei riguardi del dollaro, le Borse europee sono sprofondate, lasciando sul tappeto oltre il 5% in sole tre sedute (Milano quasi il 7%), e, quel che è peggio, i tassi d’interesse sono tornati a salire e a divergere. Lo spread tra Btp e Bund a 10 anni, che dopo il varo della manovra di bilancio italiana era sceso la scorsa settimana fino a 368 punti base, è risalito bruscamente fino a lambire di nuovo i 500 punti.
CAPITALI DIRETTI OLTRE ATLANTICO. Anche l’oro è crollato di fronte al risoluto impegno della Bce a non monetizzare i debiti dell’Eurozona, e alla sconcertante fermezza con cui i leader europei hanno sposato la linea tedesca del rigore di bilancio in tempi di recessione e di alta disoccupazione. Se il futuro ci deve riservare deflazione e depressione – hanno concluso i mercati – la sola speranza di salvezza sono i titoli del debito della Superpotenza americana. Mercoledì, gli investitori hanno fatto la fila per assicurarsi Treasuries trentennali con un rendimento del 2,92% – nuovo minimo storico. La domanda ha superato di oltre tre volte l’offerta, e quella dall’estero è stata particolarmente forte: i capitali in fuga dall’area dell’euro cercano riparo oltre Atlantico.
CRISI DELL’EURO SENZA SPIEGAZIONI. Cosa c’è, dunque, che non va nelle decisioni dell’ultimo vertice europeo? L’hanno spiegato bene due dei più acuti e influenti osservatori di cose economiche: il premio Nobel Paul Krugman, dalle pagine del New York Times, e Martin Wolf da quelle del Financial Times.
In primo luogo, a non quadrare è la spiegazione che i leader europei, sotto dettatura tedesca, si ostinano a dare della crisi dell’euro. A parte il caso greco, che costituisce un’eccezione, il dissesto delle finanze pubbliche è un effetto, ma non la causa prima della fragilità della moneta unica. Paesi come Spagna e Irlanda, che sono nell’occhio del ciclone, avevano seguito, fino allo scoppio della crisi, condotte di finanza pubblica impeccabili, e molto più virtuose della stessa Germania.
LA QUESTIONE FISCALE E LA MALATTIA. L’Italia, pur non avendo dato prova nel decennio berlusconiano di quella morigeratezza che le era richiesta, dato il debito eccessivo con cui era entrata nell’euro, pur tuttavia non si può dire che abbia scialato. In tre degli ultimi dieci anni ha avuto saldi di bilancio migliori di quelli tedeschi, e nel complesso si è ben poco discostata dalla condotta media del duo franco-tedesco.
Non possono insomma essere le politiche fiscali la ragione per cui oggi Italia, Spagna e Irlanda – in aggiunta al Portogallo e a quella causa ormai persa che è la Grecia – sono a rischio default. E insistere per un immediato risanamento dei bilanci pubblici è un po’ come sforzarsi di sopprimere la febbre, rischiando di uccidere il malato, senza curare la malattia. “Pure nonsense”, assurdità allo stato puro, ha sentenziato Krugman.
LA MONETA SOFFRE LA “DISTANZA” TRA I PASESI UE. La crisi dell’euro, sostiene il premio Nobel americano in sintonia con Wolf, nasce invece dal gap di competitività che si è sempre più allargato tra Germania e paesi satellite, da un lato, e periferia dell’Eurozona, dall’altro. In dieci anni, i costi per unità di prodotto in Italia, Spagna, e altri paesi periferici, sono aumentati del 30-40% rispetto alla Germania. La conseguenza è stata il divaricarsi dell’Eurozona tra un nocciolo duro di paesi esportatori con surplus crescenti delle bilance commerciali e una periferia di importatori con deficit strutturali sempre più imponenti.
Gli squilibri della bilancia corrente, come insegnano i manuali di economia, sono stati compensati dai flussi di capitale. I surplus tedeschi, insomma, sono stati riciclati dalle banche tedesche nei paesi della periferia europea, contribuendo a gonfiare quelle bolle finanziarie, il cui scoppio è all’origine della crisi.
UNA CRISI DI BILANCIA DEI PAGAMENTI. Infine, quando la giostra della finanza a go-go si è fermata, i capitali sono tumultuosamente tornati a casa. Nell’Eurozona, hanno fatto ritorno in Germania. E i debitori dei paesi periferici, ritrovatisi nella difficoltà a rifinanziarsi e con asset in rapido deprezzamento, non hanno potuto far altro che risparmiare, tagliare e vendere. Il risultato? Pesanti recessioni (in Irlanda il Pil è crollato del 15%, in Spagna la disoccupazione è passata dall’11% al 20%), crollo delle entrate fiscali, intervento di supplenza dei bilanci pubblici. La crisi della finanza pubblica è stata dunque la conseguenza ultima di dissesti più profondi. «Al fondo – dice Martin Wolf – questa è una crisi di bilancia dei pagamenti».
INSTABILITÀ E STAGNAZIONE. Fissarsi ossessivamente, come fanno i tedeschi, sugli squilibri di finanza pubblica, può solo portare l’economia europea al collasso. Ai tagli del settore privato si stanno aggiungendo quelli, sempre più stringenti, del settore pubblico. Si creano così le condizioni per devastanti contrazioni dell’attività economica, che renderanno più difficile affrontare il vero problema: la necessità – se si vuole tenere in vita l’euro – che i paesi della periferia recuperino competitività rispetto alla Germania. «Questo è l’aggiustamento cruciale, molto più importante dell’austerità fiscale», ha scritto Wolf.
Che i mercati siano d’accordo pare fuor di dubbio. Tassi, Borse e valute dicono che, dopo il vertice europeo, gli investitori scontano per l’Eurozona un futuro di deflazione e depressione, con accresciute possibilità di default sovrani e di definitiva deflagrazione dell’euro.
Un vertice europeo, che si proponeva di salvare la moneta unica con un nuovo e più esigente patto di “stabilità e crescita”, ha probabilmente partorito – nelle parole di Antonio Fatas, economista all’Insead di Parigi – un piano diabolico per “l’instabilità e la stagnazione”.

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