EDITORIALE

Ilva, disastro ambientale e sociale

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Risorsa occupazionale insostituibile. La politica sa che il polo non può essere fermato.

Da mostro ecologico a gioiello hi-tech. Quotidiano che scegli, Ilva che trovi. Il 27 luglio l’Italia riscopre Taranto. Quella strana appendice del Tacco d’Italia. La città dei due mari. Così industrializzata da sembrare una delle province meccaniche della pianura padana. Così ricca di storia da non invidiare nulla ai più bei siti archeologici del Mediterraneo.
Un concentrato di contraddizioni di cui la convivevenza con il polo siderurgico è il paradigma perfetto.
12.859 DIPENDENTI DIRETTI. Il mostro o il gioiello, a seconda di come lo si voglia vedere, è allo stesso tempo la dannazione e la salvezza della città. E’ una risorsa occupazionale insostituibile (sono 12.859 i dipendenti diretti) e allo stesso tempo, secondo la magistratura, una delle principali cause di morte per gli abitanti della zona.
A Taranto, nel 2002, veniva prodotto un terzo di tutta la diossina prodotta in Italia.
L’inchiesta, avviata dalla Procura tre anni fa, ha individuato un nesso di causalità tra l’attività degli impianti dell’acciaieria e 174 decessi per tumore avvenuti negli ultimi sette anni tra gli abitanti dei quartieri Tamburi e Borgo.
SCEGLIERE TRA LAVORO E SALUTE. I due dati descrivono chiaramente la complessità situazione. Perché, al di là dei proclami, adesso, a Taranto viene chiesto di scegliere tra il lavoro e la salute.
La gravità della situazione è simboleggiata dalla rapidità con cui la politica si è mossa. Rapidità, ovviamente, legata all’emergenza.
Si pensi alla Regione Puglia. Nel 2008, la giunta Vendola e la maggioranza che la sostiene, approvò a maggioranza una legge contro le diossine la cui operatività è stata tutt’altro che immediata. Dieci giorni fa, invece, il consiglio ha approvato all’unanimità e a tempo di record una nuova legge che ha introdotto la Valutazione del danno sanitario (Vds), ovvero un nuovo strumento normativo finalizzato a tutelare le aree ad alto rischio ambientale.
INTERVENTO DEL MINISTERO DELL’AMBIENTE. L’indice dell’attenzione su Taranto, nei giorni scorsi ha avuto un’impennata anche a Roma. Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, il 19 luglio ha annunciato la convocazione di un tavolo per gestire l’emergenza e il 26, poche ore prima del sequestro, ha firmato lo stanziamento di 366 milioni per interventi di riqualificazione ambientale. Soldi che si vanno ad aggiungere agli 1,3 miliardi di euro che, sostengono i Riva, l’azienda ha investito dal 1995 a Taranto per le esigenze ambientali.
Sia l’iniziativa legislativa della Regione guidata dal leader di Sel (sinistra ecologia e libertà) sia la mossa dell’esecutivo centrale avevano come unico obiettivo fermare l’iniziativa della magistratura tarantina. Non ci sono riuscite
IL RISCHIO DEL DISASTRO SOCIALE. La politica, che in altri momenti non ha esitato a condannare il lavoro che uccide, si è trovata in una situazione di impasse totale. Al limite dell’imbarazzo. Ma consapevole che il disastro sociale che potrebbe derivare dalla chiusura degli impianti è cosa tanto drammatica quanto quello ambientale e sanitario che potrebbe scaturire dal loro mantenimento in esercizio.
Ora si cercano delle risposte.
I tarantini hanno già dato la loro: la città è occupata. Il lavoro non si deve toccare. Giustizia e politica si adoperino concretamente per il rispetto delle leggi e la tutela della salute. Ora non ci sono più alibi.

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