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Mps, l’ultima spiaggia dei Tremonti Bond

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Pur di superare l'esame dell'Eba a fine mese, il Montepaschi pensa dinuovo ai Tbond.

Mentre la Fondazione Mps ha raggiunto l’accordo con le banche creditrici per la ristrutturazione del debito, la banca fa i conti con una sonora bocciatura da parte di Standard & Poor’s. L’agenzia di rating ha infatti messo sotto osservazione con implicazioni negative il giudizio sul breve (A-2) e lungo termine (BBB) affossando il titolo del Monte a quota 0,17 euro.
S&P: STOCK MAGGIORE DI ATTIVITÀ NON PERFORMING RISPETTO A CONCORRENTI. «La qualità dell’attivo di Mps si è deteriorata più di quella dei suoi pari domestici nel corso della recente crisi economica»,  ha spiegato S&P in un comunicato.
E ha poi aggiunto che l’istituto di Rocca Salimbeni  ha uno stock maggiore di attività non-performing, che crescono a un tasso leggermente superiore alla media italiana, «raggiungendo, quello che vediamo come un livello altissimo, un 16,2% dei prestiti lordi a fine marzo 2012». Il giudizio verrà rivisto entro i prossimi tre mesi, dopo la valutazione dei piani di Mps per affrontare le proprie debolezze.
IL VERTICE DELLA ROCCA PENSA A UN NUOVO RICORSO AI TREMONTI BOND. Nella nota sul rating, inoltre, l’agenzia considera la «forte importanza sistemica» del Montepaschi e che «il governo italiano debba essere di supporto al suo sistema bancario». Come dire, Monti pensaci tu.
A chiedere una mano al Tesoro in realtà ci stanno già pensando gli stessi vertici della banca senese che, secondo indiscrezioni circolate già nelle scorse settimane e rilanciate il 19 giugno dal Sole 24 Ore, avrebbero intenzione di colmare gap patrimoniale imposto dall’Eba (l’autorità bancaria europea) con un nuovo ricorso ai Tremonti bond per circa un miliardo di euro.
PER EQUITA L’OPERAZIONE COMPORTA UN COSTO NON DEDUCIBILE SUPERIORE AL 10%. «Questa soluzione ci sembra più credibile dei coco bond per i quali non sono ancora definite a livello di codice civile (e soprattutto pesantemente pòenalizzati a livello fiscale, ndr) le caratteristiche precise. Per i Tremonti bond invece si tratterebbe di aprire una nuova finestra di emissioni», commentano gli analisti di Equita sim.
Vista la necessità di legare il costo dei Tremonti bond allo spread sovrano, per non essere aiuti di Stato, la stessa sim immagina un costo non deducibile superiore al 10%.
MA L’ULTIMO AUMENTO DI CAPITALE ERA STATO FATTO ANCHE PER LIBERARSI DEI TBOND. Il ricorso ai TBond, però, può anche essere letto come una mossa disperata cui fare ricorso pur di evitare una ricapitalizzazione difficile da digerire sul mercato, visti i chiari di luna in Borsa, e che di sicuro taglierebbe la Fondazione senese fuori dai giochi.
Anche perché, come si legge nel prospetto informativo, l’ultimo aumento di capitale da oltre 2 miliardi chiuso nel 2011 era stato motivato anche con la necessità di creare le condizioni per il futuro rimborso dei 1,9 miliardi di Tremonti bond già presi dal Monte nel 2009, che avevano (e hanno ancora oggi) un costo molto elevato per la banca: circa 160 milioni l’anno.
I TBOND PESANO SUL DIVIDENDO DELLA BANCA. E DAL 2013 COSTANO LO 0,5% IN PIÙ. Lo scorso 29 marzo, l’amministratore delegato Fabrizio Viola aveva inoltre assicurato agli analisti che la banca avrebbe saldato il conto con lo Stato  «certamente prima del primo luglio 2013», data in cui scatta il cosiddetto “step up” e il rimborso dei titoli sottoscritti dal Tesoro diventa più oneroso. In particolare, gli oneri di servizio sarebbero incrementati dello 0,5% ogni due esercizi fino al raggiungimento del 15% nel 2039.
Finché questi strumenti finanziari non vengono rimborsati, si legge sempre nel prospetto dell’ultimo aumento di capitale, «il dividendo destinato agli azionisti potrebbe essere di ammontare inferiore» con «conseguente riduzione della redditività dell’investimento in azioni Mps in misura progressivamente crescente con il decorso del tempo».
UNA SOLUZIONE, PER IL PASSATO, ERA QUELLA DI CONVERTIRLI IN AZIONI.  Il mancato rimborso impedirebbe il miglioramento della struttura patrimoniale e lascerebbe i soci a secco di dividendi. L’alternativa suggerita nello stesso documento sarebbe quella, a partire dal 2014, di convertire i bond in azioni ordinarie della banca.
Facoltà che può però essere concessa solo «a condizione che il valore complessivo delle azioni emesse in conversione, calcolato come media del prezzo di riferimento nei 10 giorni di Borsa consecutivi precedenti alla data in cui è esercitata la conversione sia pari o superiore al 110% del valore iniziale dei Tremonti bond».
Il problema per il Monte, però, è che, se le indiscrezioni fossero confermate, non solo i vecchi Tremonti bond non verrebbero rimborsati ma, addirittura la banca se ne porterebbe in casa degli altri.

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