RIORGANIZZAZIONI

Mps, per Viola ingaggio da 1,8 milioni

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Il futuro amministratore delegato dovrà superare la prova di resistenza all'aumento di capitale. Sindacati furiosi: «No al cambiamento».

Fabrizio Viola, neo direttore generale di Mps

Un sì unanime. Il consiglio d’amministrazione di Mps, il 12 gennaio, ha nominato Fabrizio Viola, direttore generale. Nelle ore che hanno preceduto l’ufficializzazione dell’incarico, sono cominciate a circolare anche le prime indiscrezioni sul suo ingaggio.
STIPENDIO D’ORO. Si parla di 1,8 milioni. Se la cifra dovesse essere confermata, per il manager che fino a pochi giorni fa ricopriva l’incarico di amministratore delegato della Banca Popolare dell’Emilia Romagna sarebbe già un primo successo. Almeno sul piano del tornaconto personale. La scorsa estate, infatti, Viola aveva visto ridursi la propria borsa a 1,360 milioni di euro (più un bonus per massimi 340 mila euro legato al raggiungimento di determinati obiettivi fissati dal consiglio d’amministrazione) da 1,7 milioni, fissi, annui.
Insomma, crisi a parte, per i banchieri in transito in questo momento, i cambi di poltrona si confermano un’opportunità allettante anche sul piano finanziario: Piero Montani, appena nominato consigliere delegato di Banca Popolare di Milano, potrà arrivare a guadagnare fino a 6 milioni in due anni, tra retribuzione fissa e bonus vari.
UN FUTURO DA AMMINISTRATORE DELEGATO. Il 12 gennaio, per Viola è cominciato un percorso che lo porterà a ricoprire, per la prima volta nella storia del Monte, l’incarico di amministratore delegato. La “promozione” potrebbe arrivare anche prima se, nelle prossime settimane, dovesse liberarsi una poltrona nel consiglio d’amministrazione.
Se l’invito a cercare un nuovo manager a cui assegnare la guida dell’istituto è arrivato direttamente da Banca d’Italia, come raccontato da Economiaweb, a Siena si dice che il nome di Viola sia stato suggerito dal signore delle fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, e numero uno di Fondazione Cariplo.
UN SEGNALE AI MERCATI. La fifgura e il ruolo di Viola dovrebbero, nel disegno della nuova governance della banca, riequilibrare la distribuzione dei potere rispetto alla presidenza dell’istituto (che si vocifera potrebbe essere assegnata a Giuliano Amato). La nomina di Viola, quindi, è un segnale forte all’indirizzo dei mercati: banchiere navigato che prima di avviare la sua carriera nelle Popolari ha anche gestito fondi di investimento di dimensioni internazionale in  Imi-Sige e Fondiaria.
Come direttore generale della Bpm (dove ha lavorato prima di passare a Bper)  è stato,  insieme al presidente Roberto Mazzotta, uno degli artefici dell’ultimo tentativo per far evolvere “sul mercato” lo status della Popolare milanese. Quattro anni fa la fusione con la Bper sembrava cosa fatta ma alla fine è prevalso l’istinto autoconservativo dei dipendenti-soci Bpm. E il matrimonio con la Popolare dell’Emila Romagna l’ha fatto solo lui.
LA PROVA CAPITALE. Quella di Viola sarà una poltrona ricca ma tutt’altro che comoda. La questione più delicata che il banchiere dovrà gestire è l’attuazione dell’aumento di capitale da 3,2 miliardi di euro che l’Eba ha chiesto a Siena e contro il quale la dirigenza della banca, finora, si è espressa. Ma trovare una strada agevole per riuscire a migliorare il coefficente di patrimonializzazione senza ricorrere al mercato dei capitali non sarà un’impresa da poco.
La questione è delicata. A Siena si dice che la pretesa dell’Eba e la lentezza nel dare una risposta sia stata la causa principale della defenestrazione di Antonio Vigni. Le soluzioni sul tavolo sono molteplici e sembrano partire da una massiccia campagna di cessione dei “gioielli di famiglia”. Tra le ipotesi cirrcolate c’è anche la cessione della rete dei promotori finanziari nata dalla fusione tra Prima Sgr e Anima Sgr.
LA TENTAZIONE DEI TREMONTI BOND. Ma secondo le indiscrezioni dell’ultim’ora, Viola punterebbe sui Tremonti Bond. Non solo quelli (pari a 1,9 miliardi) che la banca ha ancora in pancia e che, in occasione del precedente aumento di capitale avrebbe dovuto rimborsare per liberarsi dei gravosi interessi da pagare, ma anche dei 2,5 miliardi che sono rimasti nella disponibilità del Tesoro perché rimasti inutilizzati dal sistema bancario. Peccato che la decisione di liberarsi di quelle “obbligazioni” il Monte l’avesse presa per liberarsi della cedola da 150 milioni di euro l’anno che doveva riconoscere alla sua ingombrante controparte: lo Stato.
Aumentando la dotazione di questi strumenti il peso di questa cedola potrebbe come minimo raddoppiare.
D’altro canto, questa mossa permetterebbe alla banca di rinviare la vendita di asset al fine di far cassa (che oggi non permetterebbero gli incassi adeguati) e di aderire in pieno alle richieste dell’Eba senza dover piegare il capo alla ricapitalizzazione, che quasi certamente porterebbe un nuovo padrone in città.
SINDACATI SUL PIEDE DI GUERRA. Una prospettiva che fa gelare il sangue nelle vene degli oltre 30mila dipendenti di Mps che, il 12 gennaio, dopo oltre 15 anni, sono tornati in piazza Rocca Salimbeni con bandiere, fischietti e slogan. Come ha ricordato Antonio Damiani, segretario della Fisac-Cgil, «abbiamo chiesto le dimissioni (immediate, ndr) del presidente della Banca Giuseppe Mussari, e di quello della Fondazione Gabriello Mancini, perché chi è responsabile della situazione in cui si trova oggi la Banca deve assumersene le responsabilità e farsi da parte».
VIETATO CAMBIARE LE REGOLE DEL CONFRONTO SINDACALE. La preoccupazione dei sindacati (in piazza c’erano un centinaio di delegati provenienti da tutta Italia), è che la Fondazione perda il controllo del Monte e quindi «venga meno l’indipendenza strategica della Banca», come ha detto Marco Radi della Fiba-Cisl.
Neanche a dirlo, il primo nome in cima alla lista dei manager osservati speciali è proprio quello del neo arrivato direttore generale. Viola, in alcuni slogan, è stato avvicinato anche agli attuali vertici: «Niente colpi Mancini, vi facciamo Viola», o «Non provate a cambiare le regole del confronto sindacale al Monte dei Paschi. Vi facciamo Viola».
I lavoratori chiedono di continuare il confronto anche per il futuro piano industriale »senza ricette fallimentari, ossia senza esuberi mobilità e precarietà», ha concluso Damiani.

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