DIPORTISTICA

La crisi della nautica va in porto

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I posti barca stanziali sono diminuiti del 26% a luglio 2012. Bruciati 200 milioni.

E’ davvero fuga dalla nautica italiana? Sembra di sì, a guardare l’ultima indagine dell’Osservatorio nautico nazionale (Onn) svolta su 60 porti italiani. La situazione appare drammatica vista  l’emorragia delle presenze dei natanti nei nostri porti: dal luglio 2011 al luglio 2012 gli stanziali precipitano in media del 26%, quelli in transito crollano del 33%. I picchi negativi per i posti barca stanziali si concentrano in Emilia Romagna (-40%), Sicilia (-33%), Friuli Venezia Giulia (-31%), Toscana e Liguria (-28%).
L’ALTO ADRIATICO SOFFRE DI PIU’: -30%. Secondo i dati, l’area che soffre di più è l’Alto Adriatico che complessivamente segna un -30%. Ancora più critica la situazione se si guarda alla domanda dei posti in transito che crolla del 48% solo nelle prime quattro regioni per numero di posti barca e offerta turistica di pregio, cioè Liguria, Sicilia, Sardegna e Toscana. La situazione ligure è addirittura drammatica, segnando un -75% di transiti, dato pesantemente negativo che colpisce una regione già flagellata dalle alluvioni primaverili che hanno colpito anche alcuni porti. Non va meglio, comunque, guardando altre singole regioni come Marche (-41% di barche in transito), Sicilia (-40%) e Sardegna (-38%).
UNA CRISI “UNIFORME”. I numeri preoccupano non poco. Anche perché, a livello generale, il crollo è verticale. Basta guardare i dati, sempre dell’Onn, registrati a gennaio 2012, quando i posti stanziali erano sempre negativi ma si limitavano a un -17% rispetto dodici mesi prima. Non solo: quello che preoccupa di più è che mentre a gennaio i dati erano parecchio diversificati a livello territoriale, con le strutture portuali transfrontaliere a subire maggiori perdite, a luglio il dato è  molto più uniforme e fa pensare a una vera e propria fuga dalla nautica.
PESA IL CARO CARBURANTE. Quali le cause? La crisi, certo, col costo del carburante che sale ogni giorno. Non a caso si registra il crollo del 50% nella vendita del carburante: chi tiene in Italia la barca, nota l’indagine, frena sui consumi ed esce meno.Ma non va trascurata nemmeno l’incertezza creata, tra dicembre e marzo scorsi, dalla tassa sul diportismo del governo Monti: introdotta come tassa di stazionamento, pagata solo in caso di permanenza delle imbarcazioni nelle acque nazionali, è stata trasformata a marzo in tassa di possesso che colpisce qualunque cittadino residente in Italia che possieda un’imbarcazione o una nave da diporto, sotto qualunque bandiera registrata, in qualunque Paese stazioni e  indipendentemente se si trovi in mare o a terra. EFFETTO “TERRORE FISCALE”. Da dicembre a marzo si sono verificate le fughe di barche dai porticcioli italiani: tutte barche che non sono più rientrate arricchendo i porticcioli di Francia, Corsica, Croazia, Slovenia, Turchia, Grecia e Malta. L’industria nautica aupicava che con l’estate le cose cambiassero, invece niente: controlli ripetuti da parte della guardia di finanza, svolti senza alcun coordinamento fra le diverse forze di polizia, e più in generale un clima di “terrore fiscale” sono state, secondo l’indagine, tra le principali cause della fuga dalle nostre coste.
OGNI 4 BARCHE SI CREA UN POSTO DI LAVORO. Per il settore si tratta di una batosta pesante. Basta guardare i dati del  Censis secondo cui ogni 4 barche si crea un posto di lavoro nella filiera dei servizi e della manutenzione. L’Italia ha oltre 156.000 ormeggi e, sostiene l’Onn, fatti due conti, il crollo di transiti e presenze stanziali, può comportare la perdita di almeno 10.000 posti di lavoro in tempi brevissimi. Per questo le reazioni sono pesanti. A partire da Anton Francesco Albertoni, presidente di Ucina la Confindustria del settore nautico.

L’Ucina lanca l’allarme: a rischio il turismo nautico.

Albertoni, sconcertato pe i dati dell’Osservatorio nautico, tuona: «Stiamo assistendo all’agonia della nautica italiana, ma sembra che nessuno al governo si renda conto della drammaticità di una situazione che in breve tempo si rifletterà in modo massiccio sul fronte occupazionale e che comporterà il probabile fallimento di molte strutture turistico-portuali. Così si distrugge non solo un comparto  ancora tra i più trainanti dell’export del paese, ma anche il turismo nautico e l’industria costiera, patrimoni che tutto il mondo ci invidia da sempre».
FATTURATO IN CALO DELL’8%. D’accordo con Albertoni è il presidente di Assomarinas, Roberto Perocchio, che ribadisce il rischio che imprenditori, addetti e operai della nautica possano arrivare a gesti estremi, come il blocco dei porti nazionali, qualora non si trovino soluzioni per contrastare la chiusura delle imprese e gli inesorabili continui licenziamenti.
Perché i conti sono drammatici. La gestione degli ormeggi ha subito un calo di fatturato compreso tra il 5% e l’8%, al quale si aggiunge il -10% del 2011.
Il fatturato medio di un porto turistico italiano è di circa 2 milioni che, moltiplicati per le 500 basi nautiche nazionali, fa un miliardo. Su questa cifra i servizi incidono per circa 300 milioni. Il calo, negli ultimi due anni, è stato del 30%, quindi i servizi hanno perso circa 90 milioni. I restanti 700 milioni arrivano dai ricavi degli ormeggi e, in due anni, hanno perso tra il 15% e il 18%. «In 24 mesi sono stati bruciati circa 200 milioni», conclude Perocchio.

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Una Risposta a La crisi della nautica va in porto

  1. Roberto Laurenzi

    Nemmeno le piaghe bibliche avevano prodotto così tanti danni quanti in pochi giorni il governo Monti. Pur nella consapevolezza che poca colpa ha delle sue azioni dobbiamo comunque riconoscere che tutto questo è anche frutto del lassismo e della complice benevolenza delle associazioni impreditoriali che in fin dei conti il cui management ha evidentemente il solo ed unico interesse di conservare i propri privilegi abbagliando alla luna tanto per contentare gli associati meno comprensivi.

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